Con piacere annunciamo la nuova collaborazione tra Viaggi Solidali e Medici senza Frontiere.

Proprio oggi infatti abbiamo versato la prima quota solidale di euro 388 raccolti dal nostro 5X1000 del 2013-2014.

Medici senza Frontiere nasce il 22 dicembre del 1971 per fornire assistenza medica gratuita alle popolazioni colpite da conflitti, epidemie, catastrofi naturali o escluse dall’assistenza sanitaria.

Uno dei pilastri fondamentali è il principio dell’imparzialità per cui di fronte alla sofferenza siamo tutti uguali e chiunque ha diritto all’assistenza senza tener conto della provenienza, religione o appartenenza politica.

Di fronte alle ingiustizie MSF racconta e denuncia. Come disse James Orbinski, presidente di MSF, ritirando il premio nobel per la pace nel 1999, assegnato a MSF in riconoscimento del lavoro umanitario pioneristico realizzato in vari continenti, “Non siamo sicuri che le parole possono salvare delle vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide.”

Oggi MSF è presente in quasi 70 paesi e circa 30.000 operatori ogni giorno forniscono assistenza e cure mediche. 

Il nostro sostegno a MSF non finisce qui ma continuerà nei prossimi mesi e da Marzo una quota di solidarietà delle passeggiate interculturali Migrantour di Torino, Milano, Genova e Roma verrà devoluta all’Associazione.

E tutto questo grazie a tutti voi!

E’ iniziato il 2017 e abbiamo salutato il 2016, un anno per noi davvero ricco di soddisfazioni.

Abbiamo accompagnato centinaio di persone in giro per il mondo lungo itinerari unici e affascinanti, guidati dalla nostra filosofia di turismo responsabile, che unisce la voglia di vacanza e di scoperta con quella di conoscenza, condivisione, esperienza e socialità. Abbiamo esplorato nuove strade e inaugurato nuove destinazioni.

Ma soprattutto abbiamo vinto! 

A Novembre, a Londra, in occasione del World Travel Market (la principale Fiera Internazionale del Turismo), siamo stati premiati con la Silver medal nell’ambito del World Responsible Tourism Award nella sezione “Best Innovation”, dedicata ai progetti innovativi, capaci di sviluppare idee inedite e con un alto potenziale di replicabilità. Un grande riconoscimento dato alla nostra agenzia per il progetto Migrantour,  nato a Torino nel 2010 e oggi “esportato” in altre città italiane ed Europee, che ha coinvolto più di 12.000 persone in questi ultimi 6 anni, in passeggiate interculturali, accompagnate dai migranti che in questi luoghi vivono e lavorano (per approfondimenti Percorsi di Terrel’Agenzia di viaggi e Travindy).

Una soddisfazione per tutti coloro che in questi anni hanno creduto nella possibilità di un legame virtuoso tra turismo e migrazioni e che ritengono che scoprire la città insieme ai migranti sia uno strumento utile per abbattere i muri e sconfiggere le paure che sembrano predominare il nostro presente.

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L’ Associazione 17, fin dal 2010 si occupa di aiutare i bambini di una casa famiglia di Siphal quartiere di Kathmandu, dove sono ospitati figli di detenuti.

I nostri viaggiatori giunti a Kathmandu ad ottobre, hanno trascorso una giornata davvero speciale in compagnia dei ragazzi di Siphal.

La casa famiglia ospita circa 60 ragazzi dai 4 ai 16 anni, la maggior parte di loro sono figli di detenuti. Rimarranno a Siphal per tutta la durata della pena del loro genitore/i, alcuni pochi mesi, altri purtroppo anni. Dopo il terremoto del 25 aprile 2015 vivono nella stessa struttura anche una decina di bimbi disabili (“special children” come vengono chiamati in Nepal).

Da molti anni l’Associazione 17 fornisce mensilmente verdure, patate e bombole del gas per la cucina. Due anni fa hanno montato dei pannelli solari per l’acqua calda e l’anno prima costruito una tettoia con lavatoio e area destinata all’asciugatura dei panni (ogni bambini si occupa da solo di lavare la propria biancheria).
Con le quote solidarietà del viaggio: Namaste Nepal! Da Kathmandu alla Kali Gandaki Valley  pari a 720 euro si potranno garantire la fornitura di verdure e patate per 4 mesi più le bombole del gas necessarie per cucinare. Grazie di cuore a tutti i viaggiatori!!!

VI. Camminare. Attraversare ponti Nel pomeriggio, partenza per Belgrado, torniamo al capo. Mladen ci dice che, se non vogliamo rimanere bloccati nel traffico, dobbiamo correre via veloci. C’è un ponte da attraversare che si trasformerà presto in una sorta di scatola e noi rimarremo chiusi lì come sardine. E’ venerdì e i belgradesi, terminato il lavoro, hanno progetti per passare il weekend fuori città. Quando arriviamo al punto critico, ci accorgiamo di essere stati fortunati e in Viaggio Bosnia e Herzegovinamen che non si dica arriviamo alla Casa dei Fiori di Tito.

Penso che ogni città sia orgogliosa dei propri ponti, soprattutto se allungano il braccio per permetterti di attraversare fiumi importanti, come il Danubio a Belgrado o la Drina a Visegrad, dove Ivo Andric ha ambientato un suo famoso romanzo, ripercorrendo la storia individuale dei personaggi sullo sfondo della Grande storia.

Ma c’è un ponte che ho conosciuto in questo pensoso camminare che ha ferito profondamente l’orgoglio di una città. E’ lo Stari Grad, il Vecchio, come veniva chiamato dagli abitanti di Mostar. Il Vecchio. Mi sembra di intravedere una persona, ricurva sul proprio bastone, piegata dal peso degli anni, camminare per le strade del paese, conosciuta e amata da tutti, capace di ispirare affetto e tenerezza, a cui non si può fare a meno di stringere la mano, pure scarna e tremante. Penso sia stato veramente così, il Vecchio, confidente, saggio e custode dei segreti della popolazione intera di Mostar. Il vecchio che tutti credevano immortale, tanti erano i suoi anni. Poi, senza che alcuno se lo aspettasse, il colpo, la caduta il 9 novembre 1993. La città spezzata in due, sanguinante, e sotto la Neretva più incattivita che mai. Perché? Perché proprio lui?

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Uno dei progetti gestiti da Sara in cui siamo entrati a far parte come viaggiatori consapevoli, è l’esperienza proposta dall’associazione di Bolzano Alexander Langer che prevede l’offrire ospitalità a visitatori stranieri. Uno dei motivi che mi ha convinta a partecipare al viaggio è stato proprio questo. Non capita spesso l’opportunità di essere ospiti in un paese come Srebenica presso una delle famiglie e incontrare, parlare, guardare in volto chi si è violentemente scontrato con la Storia o chi anche solo ne è stato sfiorato, ma ne ha sentito il tanfo di morte e distruzione.
Srebrenica e, in particolare, l’area del memoriale a Potocari sono impregnati di desolazione, di silenzio. Quando, quella sera, siamo arrivati, non c’era anima viva in giro. Alcune macchine parcheggiate e silenzio. Un silenzio sonoro che mi ha messo in imbarazzo quando, per fare una telefonata, sono scesa nel piazzale antistante la sede dell’associazione. Il parlare ad alta voce per cercare di far capire qualcosa a chi stava dall’altro capo del telefono mi è parso un segno d’invadenza nell’intimità di una comunità.

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I nostri amici dell’Associazione San Benedetto al Porto, che accolgono i nostri viaggiatori nella Penisola di Samanà e  che sono coinvolti nella produzione di zenzero biologico, ricevono proprio in questi giorni le quote di solidarietà dei viaggi dell’anno!
Ci voglio assolutamente raccontare qui nuove idee e progetti…

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Il prima. Yugoslavia?
Quando ho deciso, per qualche inquietudine nascosta, di prendere parte a un viaggio con meta Serbia e Bosnia Erzegovina, sapevo poco o nulla di quella che, fino a qualche anno fa, era la Yugoslavia. Sì, da bambina l’avevo studiata in geografia, quando la maestra, con premura, ci indicava sulla carta fisico-politica quali fossero i paesi facenti parte del continente europeo. Poi ricordo dei racconti di mia nonna, quando, negli anni ottanta, aveva partecipato ad una gita “da Trieste in giù”, giù verso la costa della Yugoslavia “e persino a Belgrado”. Mi aveva portato a casa un libro-guida perché sapeva che ero appassionata dei paesi lontani (e per me, bambina delle elementari, la Yugoslavia era davvero un paese lontano) e chissà, un giorno mi sarebbe potuto servire, se mai avessi avuto l’occasione di visitare quelle terre dal nome così strano.
Qualche anno dopo sentii di nuovo parlare di Yugoslavia; allora ero cresciuta, studentessa al termine delle scuole superiori ma ben poco attenta a quel che succedeva al di là del mio naso. Ne parlavano in televisione e mi rattristava vedere attraverso quel piccolo schermo crudi e violenti scenari di guerra, edifici, case bombardate, bimbi pezzenti in cerca di qualche familiare, gente che correva per le strade, uomini e donne sporchi, magri, altri uomini in divisa militare che non sapevano fare altro che stare attaccati alle loro armi, sparare, caricare, caricare e sparare. I motivi del perché tutto questo accadesse mi erano per buona parte oscuri. A casa non mi avevano saputo dire granché, a scuola non c’era stata occasione, visto che con il programma eravamo arrivati a malapena alla seconda guerra mondiale. Avevo capito essere una guerra tra etnie diverse che non si sopportavano più. Mi rattristava, come ho già detto, ma non avevo domande, e, comunque, restava un problema di altri. Lì dove vivevo, almeno questo, per fortuna, non c’era.

I. Coscienza dell’Indifferenza
L’altra mattina, ascoltando la radio, mi è capitato di lasciare a metà il lavoro che stavo facendo per concentrarmi su ciò che uno studioso condivideva con gli ascoltatori a proposito dell’indifferenza. La tragedia dell’indifferenza. Davvero, non sono riuscita a continuare a rassettare la casa, mi sono seduta sul letto e ho appoggiato la mano sulla tempia, come si fa quando si cerca la concentrazione.
Il giornalista, tra le varie domande, aveva chiesto perché stiamo diventando sempre più indifferenti. Indifferenti a drammi umani che accadono “a poche centinaia di chilometri da qui”.
L’immagine usata dallo studioso nel rispondere, mi ha dato l’idea di noi indifferenti come uomini e donne vergognosamente grassi, per aver sviluppato uno strato consistente di materia adiposa impermeabilizzante agli agenti esterni. Ma anziché essere una difesa naturale come per certi popoli che, a causa delle temperature rigide permette loro di adattarsi ad ambienti estremi, per noi risulta essere una sorta di protezione psicologica o emotiva da ciò che può metterci in crisi bussando alle nostre coscienze intorpidite.
Ecco. La responsabilità della coscienza torna a far parlare. Ho riavvolto velocemente il nastro del pensiero, fino a fermarlo al viaggio compiuto poche settimane prima in Serbia e in Bosnia e, precisamente, alla sera del 4 agosto, in un villaggio rurale della Serbia. Avevamo cenato all’aperto, la famiglia ospitante ci aveva offerto ogni ben di Dio, ogni pietanza preparata con ingredienti genuini e la cura di chi considera gli ospiti sacri. Tra una chiacchiera e l’altra accompagnata da qualche sorso di rakija, la tipica grappa serba, un amico e compagno di viaggio, aveva buttato lì una proposta, condividere spunti, idee, riflessioni, emozioni anche. Il viaggio volgeva al termine e perché non trasformare il tavolo conviviale in una tavola di condivisione? Tutto calzava, come se fosse stato disegnato con un pennello. Anche la cornice contribuiva. Una cornice fatta del legno della pace, di alberi, prati e un rivolo d’acqua poco distante.
Aveva preso lui la parola per primo e il suo discorso era stato una freccia, lanciata dritta al cuore del dubbio. Un dubbio che forse gli girava per la testa da sempre, o nato poche ore prima, durante la visita al Memoriale di Potocari e ai quartieri di residenza dell’Onu durante la guerra. Come potevano militari coinvolti in un genocidio ritenersi non responsabili, ma solo esecutori di ordini? E come era possibile ostentarlo con tanta sicurezza? Anna Harendt, La banalità del male forse è una risposta. Del resto penso che i responsabili della Shoah e i responsabili del genocidio di Srebrenica abbiano molte cose in comune. E non parlo solo di divisa militare.
Ma lasciamo gli aguzzini al loro inferno. Ciò che aveva sconvolto P. e che risuonava nel suo tono di voce era stata l’inerzia con cui i cosiddetti caschi blu avevano risposto alla violenza. La zona di Srebrenica era stata dichiarata Un safe zone. Sicura, perché i caschi blu erano lì con il compito di proteggere i rifugiati da qualsiasi prevaricazione.  Talmente sicura che non si è riusciti a impedire un genocidio. Ridicolo, ma il gioco di parole dice tutto, per capire basta ricorrere ad una semplice equazione. United nations safe zone uguale a unsafe zone.
Avevano lasciato fare. In tutta tranquillità. Tanto il loro tempo lì, un tempo lungo tre anni fatto di pigre giornate passate a riempire i muri di sterco fatto di parole e immagini, stava finalmente per terminare. Casa era vicina.
Penso che qualcosa si sia inceppato laggiù, da qualche parte nelle viscere di quegli uomini, qualcosa deve essere successo per arrivare a tanto. Essere lì senza capire il perché, il sentirsi estranei a quei luoghi e a quelle vicende, la mancanza di informazioni corrette, punti di vista limitati. Tutte cose probabili ma che non riesco a considerare come giustificazioni. Quella sera avevo ascoltato con attenzione e partecipato con passione allo scambio di impressioni, ma in silenzio. Di ciò che mi aveva emozionato non ero riuscita a condividere nulla. Le parole annegate in un mare in tempesta.

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Le sette presidenti delle associazioni che compongono la federazione delle associazioni femminili della vallata di Tagmoute, in provincia di Tata, sud Marocco, insieme alle loro associate e a tutte/i le/i volontari/e di questi accoglienti villaggi ci ringraziano e insieme ci mandano notizie dell’avvenuto allestimento dell’asilo per i bambini nella nuova ala della sede della federazione a Suq Tlata de Tagmoute. Il villaggio ai piedi dei fantastici monti disegnati dell’Anti Atlante, dove ogni martedì, come dice il nome, si svolge un bel mercato che raccoglie tutti i villaggi circostanti, ospita proprio all’ingresso, accanto al convitto per gli studenti e al college, scuola media, una bella sede dove le intraprendenti donne di Tagmoute si incontrano e si confrontano per il miglioramento delle condizioni di vita nei villaggi. La sede s’è recentemente ingrandita grazie agli aiuti governativi, ma manca ancora parecchio per completare gli arredi. In alcune sale le donne espongono tutto quanto di migliore producono come artigianato locale e prodotti della terra raccolti e trasformati, ma c’è ancora moto da fare! I programmi di alfabetizzazione femminile, i corsi di formazione e i gruppi di lavoro necessitano anche di un luogo di appoggio dove accogliere i bimbi mentre le mamme sono impegnate nella formazione, e da ciò è nata la richiesta di aiuto a Viaggi Solidali: con i contributi degli ultimi viaggi  Marocco abbiamo raccolto 1190,00 euro, che sono stati utili al primo allestimento della Garderie des enfants, come dalle foto qui sotto, dove vediamo la presidente della federazione Tima con altre rappresentanti delle numerose associazioni mentre testimoniano dell’arrivo della merce ordinata grazia a Viaggi Solidali.
Il nostro prossimo viaggio passerà a trovare le amiche di Tagmoute in ottobre, con l’aiuto del fantastico Lahoucine, funzionario della pubblica amministrazione in uno dei tanti villaggi delle montagne del sud, impegnato a sua volta nell’associazione Kasbat Zolite di Tata, dove vive con la famiglia. Il suo percorso come mediatore culturale nasce proprio dall’esperienza e dall’incontro con il “Turismo Responsabile e Viaggi Solidali”. Ritrovarsi sarà una rinnovata festa; quella tipica della proverbiale ospitalità marocchina!

Gentilissimi amici e viaggiatori di Viaggi Solidali,

con immensa gioia ringraziamo tutti voi per avere dato anche nel corso del 2015 un senso di continuità al vostro interesse a favore dei nostri progetti in Namibia: Grazie di cuore!

Il 2015 è stato un anno pieno di soddisfazioni in quanto siamo riusciti a distribuire aiuti ad un maggior numero di bambini raggiungendo differenti regioni del Paese.

Oltre ad aver finanziato l’intervento chirurgico della piccola Maricle (la bambina ora sta bene e sta ultimando gli ultimi controlli), abbiamo realizzato la costruzione di aree giochi e aule studio nelle zone più remote della Namibia. http://www.mammaduitalia.it

Anche nel 2015 siamo felici di avere avuto l’occasione di mostrare ai viaggiatori di Viaggi Solidali il nostro progetto da cui tutto “ebbe inizio”: la casa famiglia di Orlindi.


Altri viaggiatori, avendo avuto più tempo a disposizione, hanno avuto l’occasione di visitare anche altri progetti sostenuti da Mammadù Italia Onlus: l’asilo Little Vickings, la casa famiglia di Clara e l’asilo Clever Kids. Grazie di cuore a tutti per il tempo che avete generosamente dedicato!!Siamo certi che molti dei viaggiatori abbiano portato a casa uno dei souvenir più preziosi: gli occhi sorridenti dei “nostri” bambini.

Grazie alle “quote di solidarietà” versate dai viaggiatori nel 2015, Viaggi Solidali ha effettuato una donazione a Mammadù Italia Onlus di euro 1.190,00.

Ringraziamo Viaggi Solidali e tutti i suoi viaggiatori per la generosità e la partecipazione. Grazie a questa donazione verrà garantita per sei mesi l’acquisto di prodotti per i neonati di Orlindi (pannolini, omogeneizzati, preparati alimentari con vitamine, sapone e tanto altro).

Grazie di cuore a tutti!!!

Andrea e tutto lo staff di Mammadù Italia Onlus

Il Fondo Per lo Sviluppo? Un’azione concreta a sostegno dello sviluppo economico locale.

Chi è partito con Viaggi Solidali e l’ONG CPS (Comunità Promozione e Sviluppo) alla scoperta del Senegal  ha contribuito a sostenere le attività del Centro di Formazione in taglio e cucito Pere Janvier del GIE Grand Mbour. Situato in un quartiere di Mbour molto vicino alle mete turistiche, il Centro di formazione ospita 60 ragazze tra i 14 e i 25 anni in condizioni socio-economiche difficili, che per diversi fattori rischiano di assumere comportamenti devianti. L’accesso ad una formazione professionale e la ricerca di un impiego per giovani donne appartenenti alle fasce più vulnerabili sono gli obiettivi del GIE Grand Mbour, il quale ha beneficiato della somma di 1.960 euro investita per rafforzare le competenze degli insegnanti e per garantire l’autonomia di azione del Centro.

Gli insegnanti, in partenariato con il Centro di formazione Sunugal di Dakar, hanno partecipato ad una formazione in pedagogia per incrementare le competenze didattiche e per apprendere le migliori tecniche nella gestione del gruppo classe. Contemporaneamente il Centro Pere Janvier ha beneficiato dell’equipaggiamento delle aule con delle nuove macchine da cucire, dell’acquisto di manichini e dell’allestimento di una vetrina per l’esposizione di modelli e accessori. Il Fondo per lo Sviluppo ha permesso al GIE di Grand Mbour di pubblicizzare il Centro Pere Janvier e di sensibilizzare la popolazione di Mbour contro l’abbandono scolastico e contro l’esclusione delle donne dal mondo del lavoro attraverso la programmazione di 3 interventi radiofonici.

1960 volte grazie al Fondo per lo Sviluppo e a tutti voi che avete deciso di visitare consapevolmente il paese della Teranga. Grazie dalla CPS e dal GIE Grand Mbour, Jere Jéf!

 

Gentilissimi amici e viaggiatori di Viaggi Solidali,

con grande piacere vi diamo il benvenuto in Mammadù Italia Onlus una piccola Associazione nata nel 2010 dall’esperienza di volontariato di due amici che in quell’anno decisero di fare un viaggio con finalità umanitaria in Africa.

Il caso o forse il “destino” portò questi due amici in Namibia dove conobbero i bambini di un piccolo orfanotrofio (Orlindi Place of Safety) che sorge in uno dei quartieri più poveri della capitale Windhoek. Dall’incontro toccante con questa realtà, ma soprattutto dalla promessa fatta ai bambini di “non dimenticarli” nacque Mammadù Italia Onlus .

Attualmente il progetto principale sostenuto da Mammadù Italia Onlus è l’orfanotrofio di Orlindi, una piccola casa famiglia che sorge nel quartiere di Katutura (Windhoek) e che ospita circa 40 bambini, oltre la metà dei quali al di sotto dei tre anni di età. Siamo felici di avere avuto l’occasione di mostrare questo progetto ad alcuni viaggiatori di Viaggi Solidali e di avere avuto così l’opportunità di regalare loro un dono prezioso quanto indimenticabile da custodire tra i propri “ricordi”: il sorriso dei nostri bambini. Mammadù Italia Onlus ha ricevuto da Viaggi Solidali una donazione complessiva di euro 1.080,00 grazie alle “quote di solidarietà” versate dai viaggiatori in fase di sottoscrizione del viaggio.

Ringraziamo Viaggi Solidali e tutti i viaggiatori grazie alla generosità dei quali la nostra Associazione può garantire per i primi tre mesi del 2015 l’acquisto di prodotti per neonati (pannolini, omogeneizzati, preparati alimentari con vitamine, sapone e tanto altro) ai bambini ospiti in due dei progetti da noi sostenuti (Orlindi e Children Life Change Centre).

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Genova – Mercoledi 27 agosto 2014

Turismo responsabile nella maggiore delle Isole Pelagie. Dalla Spiaggia dei Conigli alla Riserva Naturale. Un luogo da visitare con rispetto e attenzione

Lampedusa è poco più di un punto nel cuore blu del Mediterraneo. Venti chilometri quadrati proprio al trentacinquesimo parallelo, più vicini alle coste dell’Africa che a quelle della Sicilia: 205 chilometri la separano da Agrigento, 203 dalla Libia e appena 167 dalla Tunisia. Un’isola lontanissima, estremo sud d’Italia e d’Europa, e al tempo stesso porta d’ingresso del nostro paese e dell’intero continente, avamposto da sempre terra di approdo di navigatori e migranti.

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Giunge oggi la lettera da parte del responsabile dell’Associazione AMSAT (Associazione Marocchina di Sostegno e Aiuto a persone Trisomiche)

Quest’anno i nostri viaggiatori hanno sostenuto, partecipando al tour Marocco de nord, questa bellissima realtà da anni impegnata in questo ambito.

Con le quote Vostre di solidarietà, un gruppo di loro ragazzi ha potuto realizzare il sogno di una vacanza a Mirleft, nel sud del Marocco. Un’esperienza intensa e gratificante certamente molto significativa per questi giovani! Siamo felici di poter condividere la nostra gioia con tutti voi e con tutti i viaggiatori che hanno permesso che questo accadesse!
Grazie a tutti!!!

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ll fondo per lo sviluppo raccolto dai viaggiatori di “Viaggi Solidali” durante l’anno 2013, corrispondente a 1120,00 Euro, é stato destinato le scuole M.Ganghi, come i precedenti anni!

Attualmente ci sono circa 60 bambini iscritti nella scuola materna e 130 nella scuola elementare. Si tratta di bambini che provengono dai settori più marginali della città di Babahoyo nella zona costiera dell’Ecuador.

La città presenta circa 100.000 abitanti, è una zona agricola dove prevale il latifondo e come spesso capita in questi luoghi, la distribuzione della ricchezza economica è concentrata nelle mani di poche famiglie. Le scuole M.Gandhi hanno come obbiettivo quello di offrire una formazione scolastica completa in un ambiente positivo e di grande rispetto nei confronti di bambini che crescono spesso in ambienti sociale e familiare caratterizzati da situazioni di emarginazione.

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Articolo in collaborazione con l’Aeroporto Internazionale Cristoforo Colombo di Genova
Genova – Mercoledì 2 luglio 2014
Un itinerario nel grande stato nordafricano. Dalla casbah della capitale Algeri alle gole di roccia di Costantina. E le rovine romane di Batna e Djemila
Da Genova alla scoperta dell’Africa settentrionale, destinazione Algeria. Si può volare da Genova ad Algeri sia via Roma con Alitalia sia via Istanbul con Turkish Airlines.
Un paese immenso, poco conosciuto, che riserva affascinanti e inaspettate sorprese per chi decide di incontrarlo. Inavvicinabile per decenni, causa la guerra intestina e l’isolamento turistico che il paese ha sin qui perseguito, ha aperto le frontiere solo a strettissime condizioni. Oggi si è risolto a varare una politica di maggior apertura, accordando il visto al turismo di gruppo, mentre quello individuale resta ancora soggetto a una rigida normativa.
La scelta di questa meta, che si annuncia interessantissima e particolare, riserva costanti sorprese sia dal punto di vista paesaggistico sia da quello storico e sociale. Molti i siti classificati come patrimonio mondiale dell’Unesco.
Algeri in primo luogo, evocatrice di misteri e intrighi, si apre bianchissima ad anfiteatro sulla collina prospiciente il mare, all’interno di una baia così perfetta da essere stata definita L’occhio di Dio. Articolata e caotica, come tutte le città cresciute troppo in fretta e costantemente oggetto di piani sregolatori, può colpire negativamente al primo impatto per gli enormi e goffi caseggiati sulle pendici collinari che ne alterano la struttura e per il traffico caotico e indisciplinato. Ma Algeri è altro.
Protetta dal mare, dal front de mer, una linea di enormi palazzoni bianchi porticati costruiti dai francesi che accentuano il riverbero del sole per aprirsi a ventaglio sulla centrale Place des Martyrs, da dove si accede alla città interna. Si direbbe che il front de mer sia un ayar, il fazzolettino bianco ricamato delle donne algerine, che pur celando parte del viso, lascia intravvedere la bellezza nascosta. La città forziere offre così le sue perle: le bianche moschee circondate dalle architetture francesi, ora civili ora religiose, la casbah dalle viuzze impervie e dai mille sotterranei, le collezioni museali di arte tradizionale accanto a una poco nota pinacoteca di impressionisti francesi, i cimeli della guerra civile e l’antico cimitero ebraico. Un’ottima cena a base di pesce al porto appagherà definitivamente il visitatore.

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