VI. Camminare. Attraversare ponti Nel pomeriggio, partenza per Belgrado, torniamo al capo. Mladen ci dice che, se non vogliamo rimanere bloccati nel traffico, dobbiamo correre via veloci. C’è un ponte da attraversare che si trasformerà presto in una sorta di scatola e noi rimarremo chiusi lì come sardine. E’ venerdì e i belgradesi, terminato il lavoro, hanno progetti per passare il weekend fuori città. Quando arriviamo al punto critico, ci accorgiamo di essere stati fortunati e in Viaggio Bosnia e Herzegovinamen che non si dica arriviamo alla Casa dei Fiori di Tito.

Penso che ogni città sia orgogliosa dei propri ponti, soprattutto se allungano il braccio per permetterti di attraversare fiumi importanti, come il Danubio a Belgrado o la Drina a Visegrad, dove Ivo Andric ha ambientato un suo famoso romanzo, ripercorrendo la storia individuale dei personaggi sullo sfondo della Grande storia.

Ma c’è un ponte che ho conosciuto in questo pensoso camminare che ha ferito profondamente l’orgoglio di una città. E’ lo Stari Grad, il Vecchio, come veniva chiamato dagli abitanti di Mostar. Il Vecchio. Mi sembra di intravedere una persona, ricurva sul proprio bastone, piegata dal peso degli anni, camminare per le strade del paese, conosciuta e amata da tutti, capace di ispirare affetto e tenerezza, a cui non si può fare a meno di stringere la mano, pure scarna e tremante. Penso sia stato veramente così, il Vecchio, confidente, saggio e custode dei segreti della popolazione intera di Mostar. Il vecchio che tutti credevano immortale, tanti erano i suoi anni. Poi, senza che alcuno se lo aspettasse, il colpo, la caduta il 9 novembre 1993. La città spezzata in due, sanguinante, e sotto la Neretva più incattivita che mai. Perché? Perché proprio lui?

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Uno dei progetti gestiti da Sara in cui siamo entrati a far parte come viaggiatori consapevoli, è l’esperienza proposta dall’associazione di Bolzano Alexander Langer che prevede l’offrire ospitalità a visitatori stranieri. Uno dei motivi che mi ha convinta a partecipare al viaggio è stato proprio questo. Non capita spesso l’opportunità di essere ospiti in un paese come Srebenica presso una delle famiglie e incontrare, parlare, guardare in volto chi si è violentemente scontrato con la Storia o chi anche solo ne è stato sfiorato, ma ne ha sentito il tanfo di morte e distruzione.
Srebrenica e, in particolare, l’area del memoriale a Potocari sono impregnati di desolazione, di silenzio. Quando, quella sera, siamo arrivati, non c’era anima viva in giro. Alcune macchine parcheggiate e silenzio. Un silenzio sonoro che mi ha messo in imbarazzo quando, per fare una telefonata, sono scesa nel piazzale antistante la sede dell’associazione. Il parlare ad alta voce per cercare di far capire qualcosa a chi stava dall’altro capo del telefono mi è parso un segno d’invadenza nell’intimità di una comunità.

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Il prima. Yugoslavia?
Quando ho deciso, per qualche inquietudine nascosta, di prendere parte a un viaggio con meta Serbia e Bosnia Erzegovina, sapevo poco o nulla di quella che, fino a qualche anno fa, era la Yugoslavia. Sì, da bambina l’avevo studiata in geografia, quando la maestra, con premura, ci indicava sulla carta fisico-politica quali fossero i paesi facenti parte del continente europeo. Poi ricordo dei racconti di mia nonna, quando, negli anni ottanta, aveva partecipato ad una gita “da Trieste in giù”, giù verso la costa della Yugoslavia “e persino a Belgrado”. Mi aveva portato a casa un libro-guida perché sapeva che ero appassionata dei paesi lontani (e per me, bambina delle elementari, la Yugoslavia era davvero un paese lontano) e chissà, un giorno mi sarebbe potuto servire, se mai avessi avuto l’occasione di visitare quelle terre dal nome così strano.
Qualche anno dopo sentii di nuovo parlare di Yugoslavia; allora ero cresciuta, studentessa al termine delle scuole superiori ma ben poco attenta a quel che succedeva al di là del mio naso. Ne parlavano in televisione e mi rattristava vedere attraverso quel piccolo schermo crudi e violenti scenari di guerra, edifici, case bombardate, bimbi pezzenti in cerca di qualche familiare, gente che correva per le strade, uomini e donne sporchi, magri, altri uomini in divisa militare che non sapevano fare altro che stare attaccati alle loro armi, sparare, caricare, caricare e sparare. I motivi del perché tutto questo accadesse mi erano per buona parte oscuri. A casa non mi avevano saputo dire granché, a scuola non c’era stata occasione, visto che con il programma eravamo arrivati a malapena alla seconda guerra mondiale. Avevo capito essere una guerra tra etnie diverse che non si sopportavano più. Mi rattristava, come ho già detto, ma non avevo domande, e, comunque, restava un problema di altri. Lì dove vivevo, almeno questo, per fortuna, non c’era.

I. Coscienza dell’Indifferenza
L’altra mattina, ascoltando la radio, mi è capitato di lasciare a metà il lavoro che stavo facendo per concentrarmi su ciò che uno studioso condivideva con gli ascoltatori a proposito dell’indifferenza. La tragedia dell’indifferenza. Davvero, non sono riuscita a continuare a rassettare la casa, mi sono seduta sul letto e ho appoggiato la mano sulla tempia, come si fa quando si cerca la concentrazione.
Il giornalista, tra le varie domande, aveva chiesto perché stiamo diventando sempre più indifferenti. Indifferenti a drammi umani che accadono “a poche centinaia di chilometri da qui”.
L’immagine usata dallo studioso nel rispondere, mi ha dato l’idea di noi indifferenti come uomini e donne vergognosamente grassi, per aver sviluppato uno strato consistente di materia adiposa impermeabilizzante agli agenti esterni. Ma anziché essere una difesa naturale come per certi popoli che, a causa delle temperature rigide permette loro di adattarsi ad ambienti estremi, per noi risulta essere una sorta di protezione psicologica o emotiva da ciò che può metterci in crisi bussando alle nostre coscienze intorpidite.
Ecco. La responsabilità della coscienza torna a far parlare. Ho riavvolto velocemente il nastro del pensiero, fino a fermarlo al viaggio compiuto poche settimane prima in Serbia e in Bosnia e, precisamente, alla sera del 4 agosto, in un villaggio rurale della Serbia. Avevamo cenato all’aperto, la famiglia ospitante ci aveva offerto ogni ben di Dio, ogni pietanza preparata con ingredienti genuini e la cura di chi considera gli ospiti sacri. Tra una chiacchiera e l’altra accompagnata da qualche sorso di rakija, la tipica grappa serba, un amico e compagno di viaggio, aveva buttato lì una proposta, condividere spunti, idee, riflessioni, emozioni anche. Il viaggio volgeva al termine e perché non trasformare il tavolo conviviale in una tavola di condivisione? Tutto calzava, come se fosse stato disegnato con un pennello. Anche la cornice contribuiva. Una cornice fatta del legno della pace, di alberi, prati e un rivolo d’acqua poco distante.
Aveva preso lui la parola per primo e il suo discorso era stato una freccia, lanciata dritta al cuore del dubbio. Un dubbio che forse gli girava per la testa da sempre, o nato poche ore prima, durante la visita al Memoriale di Potocari e ai quartieri di residenza dell’Onu durante la guerra. Come potevano militari coinvolti in un genocidio ritenersi non responsabili, ma solo esecutori di ordini? E come era possibile ostentarlo con tanta sicurezza? Anna Harendt, La banalità del male forse è una risposta. Del resto penso che i responsabili della Shoah e i responsabili del genocidio di Srebrenica abbiano molte cose in comune. E non parlo solo di divisa militare.
Ma lasciamo gli aguzzini al loro inferno. Ciò che aveva sconvolto P. e che risuonava nel suo tono di voce era stata l’inerzia con cui i cosiddetti caschi blu avevano risposto alla violenza. La zona di Srebrenica era stata dichiarata Un safe zone. Sicura, perché i caschi blu erano lì con il compito di proteggere i rifugiati da qualsiasi prevaricazione.  Talmente sicura che non si è riusciti a impedire un genocidio. Ridicolo, ma il gioco di parole dice tutto, per capire basta ricorrere ad una semplice equazione. United nations safe zone uguale a unsafe zone.
Avevano lasciato fare. In tutta tranquillità. Tanto il loro tempo lì, un tempo lungo tre anni fatto di pigre giornate passate a riempire i muri di sterco fatto di parole e immagini, stava finalmente per terminare. Casa era vicina.
Penso che qualcosa si sia inceppato laggiù, da qualche parte nelle viscere di quegli uomini, qualcosa deve essere successo per arrivare a tanto. Essere lì senza capire il perché, il sentirsi estranei a quei luoghi e a quelle vicende, la mancanza di informazioni corrette, punti di vista limitati. Tutte cose probabili ma che non riesco a considerare come giustificazioni. Quella sera avevo ascoltato con attenzione e partecipato con passione allo scambio di impressioni, ma in silenzio. Di ciò che mi aveva emozionato non ero riuscita a condividere nulla. Le parole annegate in un mare in tempesta.

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