CUBA, LA REGINA DEL CARIBE

On 02/06/2017, in diari di viaggio, by evasolidale

Ultimo appuntamento con i racconti di viaggio di Mario Pavan che ha voluto condividere con noi alcune delle emozioni vissute a Cuba durante il suo soggiorno di questa estate. Concludiamo in bellezza con le poesie che ci ha inviato.

 

IL MAR DEI CARAIBI 

Il Mar dei Caraibi … galeoni e sbarchi
oggi sono turisti che occupano
spazi di cielo e di verde.
I sogni sono lontani nei film
della mia infanzia che mi resta oggi
solo immagine in bianco e nero.
I pirati e i bucanieri dormono sonni
di un’eternità che riemerge
ma mancano funambolici assalti
e agguati d’arrembaggi
a liberare donne prigioniere : Mar de Caribe…
tortuga in una Cuba da salvare, ancora.

L’AVANA

L’Avana pulsa il cuore del nostro globo stanco,
L’Avana incoraggia il coraggio e dona allegria
L’Avana parla con i suoi odori e i suoi suoni,
L’Avana è ferma al tempo dei suoi palazzi,
L’Avana è lentezza universale in processioni oceaniche,
L’Avana regala sole e calore e scrosci improvvisi.
E’ contemplazione di donne e volti di vecchi
dalle mani rugose e di una Cuba sospesa ancora
tra passato e presente .Il futuro può attendere:
nell’augurio di un leader che ha insegnato imparando.

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L’ISOLA CHE NON C’E’ ?

On 01/05/2017, in diari di viaggio, by evasolidale

Il nostro viaggiatore Mario Pavan ha voluto condividere con noi alcune riflessioni ed emozioni catturate a Cuba, durante il suo viaggio-esperienza di questa estate (30 luglio -14 agosto 2016). 

Sono appunti di viaggio intensi e poesie suggestive e coinvolgenti. Leggendole ci siamo ritrovati tra le strade di La Habana e la musica di Santiago de Cuba.

 

L’Isola che non c’è? Ci metto il punto di domanda su quest’isola-stato, perché proprio c’è, invece, eccome! 

Suscita ancora stupore, meraviglia, interesse, orgoglio e un desiderio di essere vista, capita e amata, la “regina” del Caribe. La Cuba libre, quella che molti della mia età hanno conosciuto solo sui libri, e colta solo e sempre attraverso un’informazione ”di parte”…oppure quella di tanti che l’hanno immaginata oltre l’immaginario ricordando, sempre presenti, i volti del Che Guevara, di Fidel e Raul Castro, del giovane Abel Santamaria, di Gino Donè, l’italiano di Sandonà di Piave, partigiano e guerrigliero cubano, dell’avventuroso romantico Camilo Cienfuegos. [...]

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L’ Associazione 17, fin dal 2010 si occupa di aiutare i bambini di una casa famiglia di Siphal quartiere di Kathmandu, dove sono ospitati figli di detenuti.

I nostri viaggiatori giunti a Kathmandu ad ottobre, hanno trascorso una giornata davvero speciale in compagnia dei ragazzi di Siphal.

La casa famiglia ospita circa 60 ragazzi dai 4 ai 16 anni, la maggior parte di loro sono figli di detenuti. Rimarranno a Siphal per tutta la durata della pena del loro genitore/i, alcuni pochi mesi, altri purtroppo anni. Dopo il terremoto del 25 aprile 2015 vivono nella stessa struttura anche una decina di bimbi disabili (“special children” come vengono chiamati in Nepal).

Da molti anni l’Associazione 17 fornisce mensilmente verdure, patate e bombole del gas per la cucina. Due anni fa hanno montato dei pannelli solari per l’acqua calda e l’anno prima costruito una tettoia con lavatoio e area destinata all’asciugatura dei panni (ogni bambini si occupa da solo di lavare la propria biancheria).
Con le quote solidarietà del viaggio: Namaste Nepal! Da Kathmandu alla Kali Gandaki Valley  pari a 720 euro si potranno garantire la fornitura di verdure e patate per 4 mesi più le bombole del gas necessarie per cucinare. Grazie di cuore a tutti i viaggiatori!!!

VI. Camminare. Attraversare ponti Nel pomeriggio, partenza per Belgrado, torniamo al capo. Mladen ci dice che, se non vogliamo rimanere bloccati nel traffico, dobbiamo correre via veloci. C’è un ponte da attraversare che si trasformerà presto in una sorta di scatola e noi rimarremo chiusi lì come sardine. E’ venerdì e i belgradesi, terminato il lavoro, hanno progetti per passare il weekend fuori città. Quando arriviamo al punto critico, ci accorgiamo di essere stati fortunati e in Viaggio Bosnia e Herzegovinamen che non si dica arriviamo alla Casa dei Fiori di Tito.

Penso che ogni città sia orgogliosa dei propri ponti, soprattutto se allungano il braccio per permetterti di attraversare fiumi importanti, come il Danubio a Belgrado o la Drina a Visegrad, dove Ivo Andric ha ambientato un suo famoso romanzo, ripercorrendo la storia individuale dei personaggi sullo sfondo della Grande storia.

Ma c’è un ponte che ho conosciuto in questo pensoso camminare che ha ferito profondamente l’orgoglio di una città. E’ lo Stari Grad, il Vecchio, come veniva chiamato dagli abitanti di Mostar. Il Vecchio. Mi sembra di intravedere una persona, ricurva sul proprio bastone, piegata dal peso degli anni, camminare per le strade del paese, conosciuta e amata da tutti, capace di ispirare affetto e tenerezza, a cui non si può fare a meno di stringere la mano, pure scarna e tremante. Penso sia stato veramente così, il Vecchio, confidente, saggio e custode dei segreti della popolazione intera di Mostar. Il vecchio che tutti credevano immortale, tanti erano i suoi anni. Poi, senza che alcuno se lo aspettasse, il colpo, la caduta il 9 novembre 1993. La città spezzata in due, sanguinante, e sotto la Neretva più incattivita che mai. Perché? Perché proprio lui?

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Il prima. Yugoslavia?
Quando ho deciso, per qualche inquietudine nascosta, di prendere parte a un viaggio con meta Serbia e Bosnia Erzegovina, sapevo poco o nulla di quella che, fino a qualche anno fa, era la Yugoslavia. Sì, da bambina l’avevo studiata in geografia, quando la maestra, con premura, ci indicava sulla carta fisico-politica quali fossero i paesi facenti parte del continente europeo. Poi ricordo dei racconti di mia nonna, quando, negli anni ottanta, aveva partecipato ad una gita “da Trieste in giù”, giù verso la costa della Yugoslavia “e persino a Belgrado”. Mi aveva portato a casa un libro-guida perché sapeva che ero appassionata dei paesi lontani (e per me, bambina delle elementari, la Yugoslavia era davvero un paese lontano) e chissà, un giorno mi sarebbe potuto servire, se mai avessi avuto l’occasione di visitare quelle terre dal nome così strano.
Qualche anno dopo sentii di nuovo parlare di Yugoslavia; allora ero cresciuta, studentessa al termine delle scuole superiori ma ben poco attenta a quel che succedeva al di là del mio naso. Ne parlavano in televisione e mi rattristava vedere attraverso quel piccolo schermo crudi e violenti scenari di guerra, edifici, case bombardate, bimbi pezzenti in cerca di qualche familiare, gente che correva per le strade, uomini e donne sporchi, magri, altri uomini in divisa militare che non sapevano fare altro che stare attaccati alle loro armi, sparare, caricare, caricare e sparare. I motivi del perché tutto questo accadesse mi erano per buona parte oscuri. A casa non mi avevano saputo dire granché, a scuola non c’era stata occasione, visto che con il programma eravamo arrivati a malapena alla seconda guerra mondiale. Avevo capito essere una guerra tra etnie diverse che non si sopportavano più. Mi rattristava, come ho già detto, ma non avevo domande, e, comunque, restava un problema di altri. Lì dove vivevo, almeno questo, per fortuna, non c’era.

I. Coscienza dell’Indifferenza
L’altra mattina, ascoltando la radio, mi è capitato di lasciare a metà il lavoro che stavo facendo per concentrarmi su ciò che uno studioso condivideva con gli ascoltatori a proposito dell’indifferenza. La tragedia dell’indifferenza. Davvero, non sono riuscita a continuare a rassettare la casa, mi sono seduta sul letto e ho appoggiato la mano sulla tempia, come si fa quando si cerca la concentrazione.
Il giornalista, tra le varie domande, aveva chiesto perché stiamo diventando sempre più indifferenti. Indifferenti a drammi umani che accadono “a poche centinaia di chilometri da qui”.
L’immagine usata dallo studioso nel rispondere, mi ha dato l’idea di noi indifferenti come uomini e donne vergognosamente grassi, per aver sviluppato uno strato consistente di materia adiposa impermeabilizzante agli agenti esterni. Ma anziché essere una difesa naturale come per certi popoli che, a causa delle temperature rigide permette loro di adattarsi ad ambienti estremi, per noi risulta essere una sorta di protezione psicologica o emotiva da ciò che può metterci in crisi bussando alle nostre coscienze intorpidite.
Ecco. La responsabilità della coscienza torna a far parlare. Ho riavvolto velocemente il nastro del pensiero, fino a fermarlo al viaggio compiuto poche settimane prima in Serbia e in Bosnia e, precisamente, alla sera del 4 agosto, in un villaggio rurale della Serbia. Avevamo cenato all’aperto, la famiglia ospitante ci aveva offerto ogni ben di Dio, ogni pietanza preparata con ingredienti genuini e la cura di chi considera gli ospiti sacri. Tra una chiacchiera e l’altra accompagnata da qualche sorso di rakija, la tipica grappa serba, un amico e compagno di viaggio, aveva buttato lì una proposta, condividere spunti, idee, riflessioni, emozioni anche. Il viaggio volgeva al termine e perché non trasformare il tavolo conviviale in una tavola di condivisione? Tutto calzava, come se fosse stato disegnato con un pennello. Anche la cornice contribuiva. Una cornice fatta del legno della pace, di alberi, prati e un rivolo d’acqua poco distante.
Aveva preso lui la parola per primo e il suo discorso era stato una freccia, lanciata dritta al cuore del dubbio. Un dubbio che forse gli girava per la testa da sempre, o nato poche ore prima, durante la visita al Memoriale di Potocari e ai quartieri di residenza dell’Onu durante la guerra. Come potevano militari coinvolti in un genocidio ritenersi non responsabili, ma solo esecutori di ordini? E come era possibile ostentarlo con tanta sicurezza? Anna Harendt, La banalità del male forse è una risposta. Del resto penso che i responsabili della Shoah e i responsabili del genocidio di Srebrenica abbiano molte cose in comune. E non parlo solo di divisa militare.
Ma lasciamo gli aguzzini al loro inferno. Ciò che aveva sconvolto P. e che risuonava nel suo tono di voce era stata l’inerzia con cui i cosiddetti caschi blu avevano risposto alla violenza. La zona di Srebrenica era stata dichiarata Un safe zone. Sicura, perché i caschi blu erano lì con il compito di proteggere i rifugiati da qualsiasi prevaricazione.  Talmente sicura che non si è riusciti a impedire un genocidio. Ridicolo, ma il gioco di parole dice tutto, per capire basta ricorrere ad una semplice equazione. United nations safe zone uguale a unsafe zone.
Avevano lasciato fare. In tutta tranquillità. Tanto il loro tempo lì, un tempo lungo tre anni fatto di pigre giornate passate a riempire i muri di sterco fatto di parole e immagini, stava finalmente per terminare. Casa era vicina.
Penso che qualcosa si sia inceppato laggiù, da qualche parte nelle viscere di quegli uomini, qualcosa deve essere successo per arrivare a tanto. Essere lì senza capire il perché, il sentirsi estranei a quei luoghi e a quelle vicende, la mancanza di informazioni corrette, punti di vista limitati. Tutte cose probabili ma che non riesco a considerare come giustificazioni. Quella sera avevo ascoltato con attenzione e partecipato con passione allo scambio di impressioni, ma in silenzio. Di ciò che mi aveva emozionato non ero riuscita a condividere nulla. Le parole annegate in un mare in tempesta.

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Il Fondo Per lo Sviluppo? Un’azione concreta a sostegno dello sviluppo economico locale.

Chi è partito con Viaggi Solidali e l’ONG CPS (Comunità Promozione e Sviluppo) alla scoperta del Senegal  ha contribuito a sostenere le attività del Centro di Formazione in taglio e cucito Pere Janvier del GIE Grand Mbour. Situato in un quartiere di Mbour molto vicino alle mete turistiche, il Centro di formazione ospita 60 ragazze tra i 14 e i 25 anni in condizioni socio-economiche difficili, che per diversi fattori rischiano di assumere comportamenti devianti. L’accesso ad una formazione professionale e la ricerca di un impiego per giovani donne appartenenti alle fasce più vulnerabili sono gli obiettivi del GIE Grand Mbour, il quale ha beneficiato della somma di 1.960 euro investita per rafforzare le competenze degli insegnanti e per garantire l’autonomia di azione del Centro.

Gli insegnanti, in partenariato con il Centro di formazione Sunugal di Dakar, hanno partecipato ad una formazione in pedagogia per incrementare le competenze didattiche e per apprendere le migliori tecniche nella gestione del gruppo classe. Contemporaneamente il Centro Pere Janvier ha beneficiato dell’equipaggiamento delle aule con delle nuove macchine da cucire, dell’acquisto di manichini e dell’allestimento di una vetrina per l’esposizione di modelli e accessori. Il Fondo per lo Sviluppo ha permesso al GIE di Grand Mbour di pubblicizzare il Centro Pere Janvier e di sensibilizzare la popolazione di Mbour contro l’abbandono scolastico e contro l’esclusione delle donne dal mondo del lavoro attraverso la programmazione di 3 interventi radiofonici.

1960 volte grazie al Fondo per lo Sviluppo e a tutti voi che avete deciso di visitare consapevolmente il paese della Teranga. Grazie dalla CPS e dal GIE Grand Mbour, Jere Jéf!

 

Avana: Il Barrio negli occhi

On 10/01/2014, in diari di viaggio, Uncategorized, by evasolidale

Il barrio Pogolotti, all’Avana, accoglie i visitatori con il calore e la sincerità delle relazioni umane che subito si apprezzano durante il soggiorno a Cuba e che si ritrovano in tutta l’isola.

Qui si aggiunge una immediatezza di relazioni frutto di un insediamento considerato per molti anni marginale rispetto ad altri più famosi e ricchi come l’Avana vecchia, patrimonio dell’umanità magicamente restaurata, con i suoi grandi e noti monumenti. Anche a Pogolotti è possibile incappare in qualche monumento: si tratta di piccoli busti, lapidi, che celebrano personaggi che hanno svolto un ruolo importante per l’intera collettività.

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Giunge oggi la lettera da parte del responsabile dell’Associazione AMSAT (Associazione Marocchina di Sostegno e Aiuto a persone Trisomiche)

Quest’anno i nostri viaggiatori hanno sostenuto, partecipando al tour Marocco de nord, questa bellissima realtà da anni impegnata in questo ambito.

Con le quote Vostre di solidarietà, un gruppo di loro ragazzi ha potuto realizzare il sogno di una vacanza a Mirleft, nel sud del Marocco. Un’esperienza intensa e gratificante certamente molto significativa per questi giovani! Siamo felici di poter condividere la nostra gioia con tutti voi e con tutti i viaggiatori che hanno permesso che questo accadesse!
Grazie a tutti!!!

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Una nuova destinazione per Viaggi Solidali nell’Europa orientale, un intero nuovo mondo che si apre per i nostri viaggiatori. Un viaggio che vi porterà a scoprire città ricche di storia e di capolavori dell’architettura, a 

trascorrere intere giornate in villaggi rurali mangiando e pernottando presso le famiglie contadine, a visitare antichi monasteri e a viaggiare su treni a vapore. Soprattutto un viaggio fatto di incontri, un’esperienza che sarà resa unica grazie alla mediazione di due accompagnatori d’eccezione: Pietro Cingolani, antropologo, che ha anche ideato per noi il percorso, e Mirela Rau, mediatrice interculturale romena che da anni lavora a Torino e collabora con Viaggi Solidali. Grazie a loro apprezzerete il volto multiculturale della Romania: i villaggi sassoni, la regione delle minoranza rom, le tradizioni della Romania ebraica e di quella rom. Un vero mosaico di culture per un viaggio di 10 giorni che si avvale anche della collaborazione di partner locali aderenti alla rete Eco-Romania, l’Associazione eco-turistica romena.

Per scoprire tutti i dettagli del nuovo viaggio, incontrare gli accompagnatori del percorso e vivere un’intensa serata romena con tanto di musica zigana dal vivo e assaggi di sapori tipici della Romania, vi invitiamo venerdì 21 marzo a Torino, presso la CASCINA ROCCAFRANCA, via Rubino 45 Torino, per la serata “Lungo le vie incantate della Romania” a partire dalle ore 21.  Nell’ambito dell’iniziativa sarà anche inaugurata la mostra fotografica “KILOMETRUL 1772. Quotidianità e mutamento culturale tra la Bucovina romena e Torino”, uno splendido viaggio di immagini scattate da Pietro Cingolani.

Siamo davvero felici di poter segnalare questa iniziativa che rientra nel programma di Sunugal previsto per domani 30/11/2013 in via Procaccini 4 a Milano.

Un esempio concreto, tra i tanti che sicuramente neppure arrivano alle nostre orecchie, di come un viaggio di Turismo Responsabile non finisce atterrando in Italia ma continua, anche dopo…. con maggiore energia!

Un’esperienza  vera, tangibile e sincera porta i nostri amici viaggiatori a fare, a mettersi in azione anche a vacanza ultimata.

Così  Suele e Tania, dopo l’esperienza di viaggio in Senegal fatta nell’agosto 2012, decidono di unire la loro passione per la fotografia alla voglia di realizzare qualche cosa di concreto pro Senegal.

Abbiamo unito le forze e grazie soprattutto alle loro energie,  domani sera 30/11 si inaugura la mostra fotografica da loro prodotta presso lo spazio dell’associazione Sunugal  (Fabbrica del Vapore in via procaccini 4 a Milano), con asta delle foto in esposizione  annessa, per recuperare fondi.

Una bellissima iniziativa che speriamo  raccolga tante adesioni e che  vogliamo accogliere presto anche a Torino.

GRAZIE a Suele e Tania per il loro contributo  e  a tutti i  viaggiatori che non smettono mai di ”viaggiare” anche dopo il loro rientro a casa!

 

 

 

Sono passati due mesi dal nostro ritorno a casa dopo il bellissimo viaggio a Cuba. Che dire? Non potevamo ricevere un regalo migliore da parte dei nostri amici.

Cuba è una terra splendida e molto diversa da come la si racconta di solito. Qui in Italia siamo abituati a ricevere resoconti “turistici” riguardanti semplicemente le bellissime spiagge e i villaggi turistici oppure resoconti “giornalistici” che la dipingono come una dittatura triste e opprimente. Pur avendo visto sia le spiagge (la gita fuori programma nell’isoletta di Cayo Jutias e l’immersione nella Barriera Corallina sono state tra le esperienze più belle della nostra vita) sia i problemi derivanti dalla situazione politica interna, grazie a voi abbiamo potuto osservare e vivere molto altro di questa splendida isola.

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Ancora più a sud, verso l’estremità più meridionale dell’Albania, a pochi passi dalla Grecia e dall’isola di Corfù!
Oggi il nostro viaggio è iniziato con una squisita colazione proprio in riva al mare, di fronte all’imponente castello di Ali Pasha Tepelena. Un luogo molto affascinante, non ancora scoperto dal turismo di massa, dove ci ha fatto da guida la bravissima Kozeta Noti.

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Tania e Patrizia ci portano in viaggio con loro, alla scoperta del meraviglioso Stato di Bahia… due settimane intense e ricche di emozioni ed incontri!!

Un viaggio nel viaggio, attraverso un’area poco turistica della Tanzania.

In fuoristrada su piste scomode e polverose, ma su cui ci siamo sentiti a contatto con la vera Africa. Abbiamo ammirato i tanti baobab che caratterizzano la zona di Kondoa. Come narra una leggenda, Dio li ha piantati con le radici in alto perché era stanco di vederli andare in giro.

 

 

Ci siamo fermati a far visita ai bambini dell’Orfanotrofio di Kondoa, gestito dalle suore. Suor Florentina, la responsabile, ci ha accolti e spiegato cosa significa gestire una struttura di questo tipo in un’area depressa della Tanzania.

Ultima tappa a Dar es Salaam, una trafficatissima e caotica megalopoli da 4 milioni di abitanti, per ricordarsi che l’Africa non è solo  animali selvatici.

Si riparte, ancora verso sud! Salutata Valona con una breve visita al remoto monastero di Zvernec, proseguiamo lungo la bellissima strada litoranea che tra curve e paesaggi mozzafiato ci condurrà nel cuore della Riviera albanese, il tratto di costa più incontaminato del paese. Attorno all’ora di pranzo raggiungiamo il passo di Llogara, dove abbiamo l’occasione di fare un breve trekking sul sentiero che, due millenni orsono, fu percorso con il suo esercito da Cesare, che proprio in queste zone combattè contro il suo rivale Pompeo… l’aspetto che più ricorderemo della passeggiata però, al di lè del bellissimo paesaggio, sono i nostri accompagnatori: ci fanno infatti da guida Noel, 13 anni, e la sua sorellina Klea, di appena 6 anni… sono i figli della famiglia che gestisce il piccolo ristorante dove pranzeremo, ma le nostre piccole guide sono soprattutto il simbolo di una giovane Albania, che cresce guardando con ottimismo e speranza al futuro.

Il pasto, abbondante e ottimo come sempre, è seguito da un bellissimo momenti di canti e danze: tutti quanti veniamo infatti coinvolti dalla famiglia di Noel e Clea in sfrenati balli di gruppo sulle note delle canzoni popolari tipiche della zona! 

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